Strategia

Sta funzionando davvero? La domanda che ha fatto nascere Dualpoint

Ogni settimana parliamo con imprenditori che investono nel digitale. Sito, social, campagne pubblicitarie, gestionali, automazioni, newsletter. Budget veri, impegno vero, spesso anche entusiasmo vero. Eppure, quando arriviamo alla domanda più semplice di tutte, la conversazione cambia tono e la risposta si fa vaga.

“Sta funzionando davvero?”

Non è una domanda provocatoria, e non la facciamo per mettere in difficoltà nessuno. È la domanda che ogni investimento aziendale dovrebbe saper sostenere senza esitazioni. Se chiedete a un imprenditore se il nuovo macchinario in produzione sta rendendo, vi risponde con numeri precisi: pezzi all’ora, scarti, tempi di ammortamento. Se gli chiedete se il capannone nuovo era necessario, vi spiega esattamente quanto spazio mancava e quanto ne serve oggi. Ma se gli chiedete se il digitale sta rendendo, la risposta nella maggior parte dei casi è un elenco di attività: abbiamo rifatto il sito due anni fa, pubblichiamo sui social tre volte a settimana, abbiamo attivato le campagne su Google.

Attività, non risultati. Sono due cose profondamente diverse, e confonderle è il primo sintomo di un problema più grande.

Il problema non è la qualità, è la direzione

La cosa che ci colpisce di più, lavorando con le PMI italiane, è questa: le aziende che incontriamo non sono indietro. Al contrario. Hanno ottimi prodotti, processi produttivi solidi costruiti in decenni di lavoro, persone competenti e motivate. In molti casi hanno anche fornitori digitali validi, ciascuno bravo nel proprio pezzo di competenza.

Quello che manca,
quasi sempre, è una direzione.

Lo scenario tipico è questo. Il sito lo ha fatto un’agenzia, magari anche bene. Le campagne le gestisce un freelance specializzato. I social li segue una risorsa interna, spesso giovane, spesso lasciata sola. Il gestionale è di una software house che lo assiste da quindici anni. La newsletter parte quando qualcuno si ricorda di farla partire. Ognuno di questi attori lavora nel proprio recinto, con i propri obiettivi, i propri strumenti e il proprio linguaggio.

Il risultato è che nessuno ha la visione d’insieme. Nessuno risponde della coerenza complessiva, delle priorità, del ritorno reale degli investimenti. Nessuno si chiede se il sito sta effettivamente alimentando il lavoro commerciale, se le campagne portano contatti che poi diventano clienti, se i contenuti pubblicati sui social parlano alle persone giuste o servono solo a riempire un calendario editoriale. E così il digitale, invece di essere un sistema che produce valore, diventa una somma di iniziative scollegate, ciascuna delle quali costa tempo e denaro.

Vale la pena dirlo con chiarezza: non è colpa dei fornitori. Un’agenzia che riceve l’incarico di rifare un sito fa il sito. Un freelance che gestisce campagne ottimizza le campagne. Ognuno fa il proprio mestiere, e spesso lo fa bene. Il punto è che nessuno di loro è stato incaricato di governare l’insieme, e quel ruolo non può emergere spontaneamente dalla somma delle parti.

Un ruolo che nelle PMI non esiste

Nelle grandi aziende questo problema è risolto da tempo. Esiste un direttore digitale, un responsabile marketing strutturato, in alcuni casi un CTO. Qualcuno che siede ai tavoli decisionali, conosce la strategia aziendale e traduce gli obiettivi di business in scelte digitali concrete. Qualcuno che valuta i fornitori, definisce le priorità e risponde dei risultati davanti alla proprietà.

Nelle PMI questa figura semplicemente non esiste, e per ragioni comprensibili. Un profilo del genere a tempo pieno costa quanto un dirigente, e in un’azienda da dieci, venti o cinquanta persone non c’è abbastanza lavoro per giustificarlo tutti i giorni. Così il ruolo resta vacante, e le sue funzioni vengono distribuite in modo informale: un po’ le assorbe il titolare, che però ha un’azienda da mandare avanti e non può seguire tutto; un po’ le assorbono i fornitori stessi, che però hanno un conflitto di interesse evidente, perché chi vende un servizio difficilmente consiglierà di farne a meno; un po’ restano semplicemente scoperte.

È in questo vuoto che si accumulano le decisioni rimandate, gli strumenti sottoutilizzati, i progetti partiti con entusiasmo e finiti in un cassetto. Non per incapacità di nessuno, ma perché mancava qualcuno il cui mestiere fosse esattamente quello: tenere la rotta.

Dualpoint nasce per colmare questo gap

È da questa osservazione, ripetuta progetto dopo progetto e conversazione dopo conversazione, che nasce Dualpoint.

Non siamo una web agency, anche se sappiamo progettare e costruire siti. Non siamo un fornitore tecnico a cui delegare l’ennesima attività da aggiungere alla lista. Siamo una Direzione Digitale Esterna per PMI: il punto di regia che mancava, con le competenze di una figura dirigenziale e la flessibilità di un partner esterno, senza il costo e la rigidità di un’assunzione.

La parola “direzione” non è scelta a caso. Dirigere significa decidere dove andare prima di decidere cosa fare. Significa avere il mandato e la responsabilità di dire che una cosa va fatta e un’altra no, che un investimento ha senso e un altro va interrotto. È un ruolo che richiede competenza tecnica, certo, ma soprattutto comprensione del business: non si può governare il digitale di un’azienda senza capire come quell’azienda guadagna, chi sono i suoi clienti, dove vuole essere tra tre anni.

Cosa significa, in concreto

Le definizioni sono utili, ma il lavoro vero si capisce dai gesti concreti. Ecco come si traduce, nella pratica, una Direzione Digitale Esterna.

Prima di tutto, si parte dall’azienda e non dagli strumenti. Il primo passo non è mai un preventivo per un sito o un piano editoriale. È una fase di ascolto e di analisi: capire il modello di business, il mercato, il processo commerciale, lo stato reale degli asset digitali esistenti. Spesso questa fotografia iniziale è già di per sé un valore, perché molti imprenditori non hanno mai avuto una visione complessiva e onesta di quello che possiedono e di come sta performando.

Poi si definiscono le priorità. Non tutto ha la stessa urgenza e non tutto ha lo stesso ritorno potenziale. Una direzione seria stabilisce una sequenza: cosa fare subito, cosa programmare, cosa rimandare deliberatamente. Questo protegge l’azienda dalla tentazione, molto umana, di inseguire ogni novità e ogni proposta commerciale che arriva sulla scrivania.

Quindi si coordinano le risorse esistenti. Se i fornitori attuali lavorano bene, si tengono e si mettono nelle condizioni di lavorare meglio, dentro un quadro coerente e con obiettivi chiari. Se qualcosa non funziona, si interviene. La Direzione Digitale Esterna non arriva per spazzare via tutto e rivendere i propri servizi: arriva per far funzionare l’insieme, ed è proprio l’indipendenza dal singolo strumento a renderla credibile quando consiglia un cambiamento.

Infine, e soprattutto, si misura. Fin dall’inizio si stabilisce cosa significa “funzionare” per quella specifica azienda: contatti qualificati, richieste di preventivo, vendite, riduzione di tempo amministrativo, qualunque sia la metrica che conta davvero. E poi si verifica, con dati e con cadenza regolare, se gli investimenti stanno producendo quel risultato. La domanda da cui siamo partiti, “sta funzionando davvero?”, smette di essere imbarazzante e diventa una voce fissa all’ordine del giorno.

Il valore di dire dei no

C’è un aspetto di questo lavoro che merita un paragrafo a sé, perché è controintuitivo: a volte dirigere significa fare meno cose, non di più.

Negli anni il digitale di un’azienda tende a stratificarsi. Si aggiunge un canale perché “ci sono tutti”, si apre un profilo perché lo ha suggerito qualcuno, si attiva uno strumento per un progetto specifico e poi lo si lascia lì, attivo e dimenticato. Ogni strato costa: in abbonamenti, in tempo delle persone, in attenzione dispersa. E quasi mai qualcuno si prende la responsabilità di togliere, perché togliere sembra un passo indietro.

Dirigere significa decidere
dove andare prima di decidere cosa fare.

Una direzione seria fa anche questo. Chiude il canale che non rende e libera le energie della persona che lo seguiva. Semplifica il sito che si è appesantito di pagine che nessuno visita. Interrompe la campagna che genera traffico ma non clienti, anche se i grafici del traffico erano belli da vedere. Sono decisioni che un fornitore difficilmente proporrà, perché vanno contro il suo interesse immediato, e che un imprenditore difficilmente prenderà da solo, perché non ha gli elementi per valutarle con serenità. Sono i no informati, e valgono spesso più di molti sì.

Un ecosistema, non una collezione di strumenti

L’obiettivo finale di tutto questo lavoro è costruire quello che chiamiamo un ecosistema digitale. La parola può sembrare ambiziosa, ma descrive una cosa precisa: un insieme di strumenti, canali e processi che lavorano nella stessa direzione e producono risultati misurabili.

In un ecosistema, il sito non è una vetrina da mostrare ai clienti che già vi conoscono: è uno strumento che intercetta domanda, qualifica i contatti e alimenta il lavoro commerciale. Le campagne non portano traffico generico: portano le persone giuste sulla pagina giusta, e si può dire con precisione quanto costa ogni contatto e quanto rende. I contenuti non riempiono un calendario: costruiscono autorevolezza presso un pubblico definito. I dati non restano chiusi nei report mensili dei singoli fornitori: confluiscono in una visione unica che informa le decisioni successive.

La differenza tra una collezione di strumenti e un ecosistema è la stessa che passa tra un gruppo di musicisti bravi e un’orchestra: non basta che ognuno suoni bene la propria parte, serve qualcuno che tenga il tempo e dia il segno. Quando questo accade, ogni euro investito ha un compito chiaro e un modo per verificare se lo sta svolgendo. E la domanda iniziale trova finalmente la sua risposta, qualunque essa sia: perché anche scoprire che qualcosa non funziona, con dati alla mano, è un risultato prezioso. Permette di correggere, invece di continuare a spendere nella direzione sbagliata.

Le obiezioni che sentiamo più spesso

“Abbiamo già un’agenzia.” Benissimo, e probabilmente non c’è motivo di cambiarla. La Direzione Digitale Esterna non si sovrappone ai fornitori: li coordina. Anzi, un’agenzia competente lavora meglio quando dall’altra parte trova un interlocutore che parla la sua lingua, definisce obiettivi chiari e valuta i risultati con criteri sensati.

“È un costo in più.” È un investimento che si misura come tutti gli altri. Se la direzione non produce un ritorno superiore al suo costo, attraverso investimenti più efficaci, sprechi eliminati e opportunità colte, allora non sta facendo il suo lavoro, e deve essere la prima a dirlo. È esattamente il tipo di trasparenza che chiediamo agli altri e che applichiamo a noi stessi.

“Non abbiamo tempo per un altro progetto.” Ed è proprio questo il punto. Una Direzione Digitale Esterna esiste per restituire tempo all’imprenditore, non per sottrarglielo. Le riunioni con i fornitori, la valutazione delle proposte, il controllo dei risultati: tutto quello che oggi grava sul titolare o resta semplicemente non fatto diventa il lavoro di qualcun altro, che riporta in modo sintetico e parla il linguaggio del business, non quello della tecnica.

Da dove si comincia

Non si comincia da un preventivo, e nemmeno da un progetto. Si comincia da una conversazione e da una fotografia onesta dello stato attuale: cosa avete, cosa vi costa, cosa sta producendo. È un esercizio che da solo chiarisce molte cose, e che non vi impegna a nulla se non a guardare la vostra situazione con occhi nuovi.

Non si comincia da un preventivo.
Si comincia da una domanda onesta.

Se siete imprenditori e vi riconoscete in quella domanda senza risposta, se il vostro digitale è una somma di pezzi che non riuscite a tenere insieme, parliamone. La prima cosa che faremo non sarà proporvi qualcosa da comprare, ma aiutarvi a capire dove siete davvero. Tutto il resto viene dopo, e viene meglio.

Strategia ← Tutti gli articoli
Sergio
Scritto da Sergio

Web designer freelance con base a Milano. Progetto esperienze digitali tra UX/UI, sviluppo creativo e consulenza digitale.